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Multan_Pakistan, La città murata, 2012

Il lavoro fotografico su Multan, Pakistan. La città murata si inserisce in un progetto di ricerca e documentazione promosso dalla Fondazione Politecnico di Milano e dalla Bahauddin Zakariya University, con l’obiettivo di offrire una lettura critica della Walled City.
Multan, tra le città più antiche del subcontinente indiano, appare come un organismo urbano denso e stratificato, in cui architetture sacre, bazaar, residenze storiche e infrastrutture minute definiscono una complessa identità materiale e simbolica. La scarsità di documentazione iconografica rendeva necessario un intervento capace di unire osservazione diretta e rigore descrittivo.
La fotografia assume qui una funzione conoscitiva, orientata alla lettura delle relazioni tra architettura, spazio e memoria. Il progetto si sviluppa come un racconto visivo costruito attraverso sequenze che privilegiano il rapporto tra edifici e contesto urbano, restituendo la struttura interna della città murata nella sua dimensione quotidiana e stratificata. L’attenzione si sposta dal monumento isolato all’insieme urbano, inteso come sistema di relazioni e di continuità prospettiche.
Un asse interpretativo fondamentale è il dialogo con la tradizione dei fotografi viaggiatori dell’Ottocento e con l’iconografia dell’Oriente. Tale riferimento si traduce in una postura metodologica fondata su sobrietà compositiva, apparente semplicità documentaria. Al tempo stesso, il progetto si distanzia da modalità esotizzanti, collocandosi in una prospettiva in cui la fotografia non deve rivelare l’ignoto, ma rendere leggibili strutture già presenti attraverso uno sguardo affinato.
Le scelte linguistiche e tecniche sono coerenti con questo impianto. Il bianco e nero contribuisce a una maggiore sintesi formale, concentrando l’attenzione su volumi, materia, profondità e rapporti di luce e ombra. L’impiego del banco ottico introduce lentezza, controllo e consapevolezza compositiva, avvicinando la pratica fotografica al disegno prospettico. Decisivi sono anche il lavoro nelle prime ore del mattino e l’uso delle mappe, che orientano percorsi, punti di vista e sequenze fotografiche.
Nel complesso, il progetto vuole restituire una immagine di città in cui la forza della storia è inscritta nella compattezza del tessuto urbano e nella precarietà delle sue condizioni conservative. La fotografia diventa così uno strumento rigoroso di interpretazione della città murata, capace di mettere in relazione forma, memoria e trasformazione

Marco Introini, 2026



Multan, Pakistan. The Walled City, 2012

The photographic work on Multan, Pakistan. The Walled City is part of a research and documentation project promoted by the Politecnico di Milano Foundation and Bahauddin Zakariya University, with the aim of providing a critical interpretation of the Walled City.
Multan, one of the oldest cities in the Indian subcontinent, appears as a dense and stratified urban organism in which sacred architecture, bazaars, historic residences, and minute infrastructures define a complex material and symbolic identity. The scarcity of iconographic documentation required an approach capable of combining direct observation with descriptive rigor.
Here, photography takes on a cognitive role, focused on interpreting the relationships between architecture, space, and memory. The project unfolds as a visual narrative built through sequences that privilege the relationship between buildings and their urban context, revealing the inner structure of the walled city in its everyday and layered dimension. Attention shifts from the isolated monument to the urban whole, conceived as a system of relationships and perspectival continuities.
A key interpretative axis lies in the dialogue with the tradition of 19th‑century traveling photographers and the iconography of the East. This reference translates into a methodological stance based on compositional sobriety and apparent documentary simplicity. At the same time, the project distances itself from exoticizing modes, positioning itself within a perspective in which photography is not meant to reveal the unknown but to render existing structures legible through a refined gaze.
The linguistic and technical choices are consistent with this framework. Black and white contributes to stronger formal synthesis, focusing attention on volumes, matter, depth, and the interplay of light and shadow. The use of the large‑format camera introduces slowness, control, and compositional awareness, bringing photographic practice closer to perspectival drawing. Equally decisive are early‑morning work sessions and the use of maps, which guide routes, viewpoints, and photographic sequences.
Overall, the project aims to convey an image of a city where the power of history is inscribed in the compactness of the urban fabric and the fragility of its preservation. Photography thus becomes a rigorous instrument for interpreting the walled city, capable of articulating the relationship between form, memory, and transformation.

Marco Introini, 2026

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