Immagini di una città
La prima fotografia di Mantova, o comunque giunta a noi, è una stampa su carta salata da negativo calotipo datata 1850 circa della casa di Giulio Romano. L’anonimo fotografo e pioniere di questa nuova tecnica inventata in Francia solo due decenni prima, ritrae la facciata verso via Poma da destra con una forte prospettiva scorciata che evidenzia il fronte ritmico durante un pomeriggio invernale, l’ombra della cortina edilizia antistante infatti sale a coprire una porzione del basamento giuliesco e la stessa con il suo profilo evidenzia un fronte edilizio antistante disomogeneo in altezza e non parallelo al soggetto, quindi il fotografo è stato ‘forzato’ posizionare il cavalletto in quel punto per acquistare maggiore distanza dal soggetto e diminuire per quanto possibile la fuga prospettica della facciata. Probabilmente fatta da un fotografo viaggiatore come Luigi Sacchi, non si spiegherebbe se no l’aver scattato in condizioni di luce cosi critiche la fotografia non mostra solo quello che vediamo all’interno del suo rettangolo ma anche quella, che Paolo Monti chiamava la quarta dimensione, l’ambiente che accoglie l’architettura restituendo il carattere e la complessità del paesaggio.
Precedentemente le prime immagini di Mantova sono due serie di stampe che rappresentano i luoghi simbolo: la prima del 1829 composta da 32 vedute della città disegnate da Luigi Filippo Montini ed incise da Lanfranco Puzzi, la seconda composta da 12 stampe disegnata da Marco Moro ed edita nel 1850; ambe due ritraggono via Poma con la casa di Giulio Romano ma evidenziando caratteri fortemente differenti nel rappresentare lo spazio pur rimanendo nel registro della veduta che caratterizzerà la rappresentazione della città e la moltiplicazione della sua immagine per molti anni.
Montini rappresenta via Poma dando le spalle all’abside della chiesa di San Barnaba rivolgendosi verso via Acerbi, prediligendo un punto di vista più alto rispetto il punto naturale, e rappresenta lo spazio deformandolo e dilatandolo rispetto alla percezione reale restituendo un fronte stradale, quello della casa di Giulio Romano, molto allungato e una sezione stradale molto più ampia quasi facendo diventare via Poma una piazza e gli edifici rappresentati in maniera molto stilizzata.
Marco Moro, invece cambia punto di vista, restituisce il controcampo prospetticamente rivolto verso via Chiassi, inquadra sulla destra il fronte di casa di Giulio Romano e si apre verso sinistra mostrando l’abside di San Barnaba; più ricca di dettagli architettonici rispetto al predecessore anche lui inganna la percezione dello spazio con una dilatazione verso l’alto accentuata dalle presenza i figure umane fuori scala, come per altro nella serie di Montini in questo caso utilizzate per accentuare la dimensione dilatata dello spazio.
L’espediente delle figure umane (nelle due serie di incisioni figure borghesi a sottolineare il loro carattere di ‘guida turistica’) inserite per sottolineare la dimensione degli edifici e la profondità prospettica verrà utilizzata successivamente nelle fotografie di veduta, di cui molte anche come ‘scenette’ di genere legate alla natura sociale del quartiere, introducendo il genere letterario del verismo in fotografie; in questo periodo della seconda metà dell’ottocento si assiste all’apertura di diversi studi fotografici che moltiplicano le vedute dei principali monumenti e dei luoghi simbolo della città per confezionare cartoline e album per i viaggiatori che soggiornano a Mantova, seguendo questo registro è interessante una fotografia anonima conservata presso l’Archivio Fratelli Alinari di fine Ottocento, il fotografo quasi plagiando la veduta di Marco Moro mette in risalto la casa di Giulio Romano; ripresa da una punto di osservazione ad altezza naturale distribuisce ‘figuranti’ in tre punti per accentuare la profondità prospettica ma con l’attenzione a non sovrapporli alla facciata giuliesca, soggetto principale; questo taglio fotografico che quasi abbandona il genere della veduta introduce un genere perfezionato in Italia proprio dallo stabilimento fotografico dei Fratelli Alinari di riprese fotografiche dove l’oggetto architettonico attraverso l’inquadratura viene isolato dal contesto diventando un ritratto architettonico, che però nel caso dell’edificio in questione troviamo per la prima volta in una fotografia custodita presso il Gabinetto Fotografico Nazionale probabilmente scattata negli anni quaranta del Novecento (pubblicata del volume di Nikolaus Pevsner storia dell’architettura europea nella versione del 1966), successivamente nel 1957 dai Fratelli Alinari e nel 1965 e probabilmente degli anni 70 dallo Studio Calzolari il cui il fondo archivistico, conservato presso la Biblioteca Mediateca Gino Baratta di Mantova, costituisce la più ricca raccolta fotografica dei principali monumenti mantovani ripresi tra il gli anni 1882 e 1996, per chiudere con il fondo Eros Vecchi e una sua fotografia del 1971.
La casa di Giulio Romana è un esempio emblematico della storia della rappresentazione dei luoghi e architetture simbolo della città che è stato un patrimonio fondamentale per condurre la ricerca qui proposta in parallelo a quella bibliografica, vasta ed eterogenea costituita da monografie, articoli, regesti e guide utili per costituire il primo corpus di architetture che si è andato modificando attraverso il camminare nella città.
L’azione del camminare nella città come processo di presa di coscienza del valore percettivo non solo degli edifici da documentare attraverso la scrittura testuale e visiva, ma anche nell’accezione, che riprende il lento vagare flaneur descritto da Charles Budelaire e sviluppata dai fotografi a cavallo tra 800 e 900 di cui la massima espressione la troviamo nella mappatura fotografica di Parigi del fotografo francese Eugéne Atget, e che successivamente viene acquisita dagli urbanisti, di comprensione della ‘città ordinaria’, ha portato a modificare il corpus degli edifici selezionati per introdurre edifici meno documentati per minor importanza storica o non ancora storicizzati con lo scopo d’innescare un processo di restituzione discreto della città, quindi non come flusso continuo ma costituita da elementi singoli che hanno la capacità restituire la complessità del paesaggio.
La complessità e ricchezza di documenti architettonici di Mantova ha posto sin dall’inizio di questo lavoro la necessità non solo di selezionare ma ordinare per restituire il carattere della città, ha guidato la scelta di non seguire un andamento cronologico perfetto ma di aprire questo volume con Palazzo Ducale risultato sorprendente di aggregazioni, sovrapposizioni, intersezioni di periodi storici e stili, che è paradigma della città.
Seguendo lo sguardo documentario della campagna fotografica, il più neutro e naturale possibile, si è voluto organizzare il libro sotto forma di album nella tradizione delle prime edizioni fotografiche di architettura che diventano, come riconosce già James Fergusson, fondamentali per gli studi storici.
Marco Introini, in Architettura a Mantova, da Palazzo Ducale alla Cartiera Burgo, Milano 2018
Images of a city
The earliest photograph of Mantua that has come down to us is a salted paper print from a calotype negative, dated around 1850, depicting Giulio Romano’s house. The anonymous photographer, a pioneer of this new technique invented in France only two decades earlier, portrays the façade facing Via Poma from the right, using a strong foreshortened perspective that highlights the rhythmic front on a winter afternoon; the shadow of the row of buildings opposite in fact rises to cover part of Giulio’s base, and its profile reveals a street front opposite that is uneven in height and not parallel to the subject. The photographer was therefore “forced” to position the tripod at that point in order to gain greater distance from the subject and reduce as much as possible the perspective recession of the façade. Probably taken by a travelling photographer such as Luigi Sacchi, otherwise it would be difficult to explain having shot in such critical light conditions, the photograph does not only show what we see within its frame but also what Paolo Monti called the fourth dimension: the environment that embraces the architecture, conveying the character and complexity of the landscape.
Before this, the first images of Mantua consist of two series of prints representing its symbolic places: the first, from 1829, is composed of 32 views of the city drawn by Luigi Filippo Montini and engraved by Lanfranco Puzzi; the second, published in 1850, consists of 12 prints drawn by Marco Moro. Both depict Via Poma with Giulio Romano’s house but highlight very different ways of representing space, while still remaining within the genre of the “veduta” that would characterize the city’s portrayal and the multiplication of its image for many years.
Montini represents Via Poma with his back to the apse of the church of San Barnaba, facing towards Via Acerbi. He chooses a higher vantage point than the natural eye level and represents the space by deforming and dilating it with respect to real perception, giving us a street front—that of Giulio Romano’s house—much elongated, and a street section much wider, almost turning Via Poma into a square, with the buildings rendered in a highly stylized manner.
Marco Moro, on the other hand, changes the point of view and offers the reverse field, perspectivally oriented towards Via Chiassi. He frames Giulio Romano’s house front on the right and opens up to the left to show the apse of San Barnaba. Richer in architectural details than his predecessor, he too deceives the perception of space through a vertical dilation, accentuated by the presence of out‑of‑scale human figures, as in Montini’s series, here used to emphasize the expanded dimension of the space.
The device of human figures (in both series of engravings, bourgeois figures underlining their nature as a “tourist guide”), inserted to emphasize the scale of the buildings and the depth of the perspective, would later be used in view photographs as well. Many of these also take the form of small genre “scenes” tied to the social character of the neighborhood, introducing the literary genre of verismo into photography. In this period, in the second half of the nineteenth century, several photographic studios opened and multiplied the views of the main monuments and symbolic places of the city, producing postcards and albums for travelers staying in Mantua. Within this tradition, an anonymous late‑nineteenth‑century photograph preserved in the Fratelli Alinari Archive is particularly interesting: the photographer, almost plagiarizing Marco Moro’s view, emphasizes Giulio Romano’s house. Shot from a natural eye‑level viewpoint, it distributes “extras” in three points to accentuate perspective depth, with care taken not to overlap them with Giulio’s façade, the main subject. This photographic framing, which almost abandons the veduta genre, introduces a type perfected in Italy precisely by the Fratelli Alinari photographic firm: images in which the architectural object, through framing, is isolated from its context and becomes an architectural portrait. In the case of the building in question, however, we find this for the first time in a photograph preserved in the National Photographic Cabinet, probably taken in the 1940s (published in Nikolaus Pevsner’s History of European Architecture in the 1966 edition), then in 1957 by Fratelli Alinari and in 1965 and probably the 1970s by Studio Calzolari, whose archival collection, preserved at the Biblioteca Mediateca Gino Baratta in Mantua, constitutes the richest photographic record of the main monuments of Mantua, taken between 1882 and 1996, and finally in the Eros Vecchi collection with a photograph from 1971.
Giulio Romano’s house is an emblematic example of the history of the representation of the city’s symbolic places and architectures, which has been a fundamental resource for conducting the present research in parallel with the bibliographic study. This latter is broad and heterogeneous, consisting of monographs, articles, registers, and guidebooks that were useful for establishing the initial corpus of architectures, a corpus that was then modified through walking in the city.
The act of walking in the city, as a process of becoming aware of the perceptual value not only of the buildings to be documented through textual and visual writing, but also in the sense that recalls the slow flâneur‑like wandering described by Charles Baudelaire and developed by photographers between the nineteenth and twentieth centuries—whose highest expression is found in the photographic mapping of Paris by the French photographer Eugène Atget—and later taken up by urban planners for understanding the “ordinary city”, led to a redefinition of the selected buildings. Less documented buildings, of lesser historical importance or not yet historicized, were introduced with the aim of triggering a discreet restitution of the city—not as a continuous flow, but as a composition of individual elements capable of conveying the complexity of the landscape.
The complexity and richness of Mantua’s architectural heritage made it necessary from the outset of this work not only to select but also to order the material in order to convey the character of the city. This guided the decision not to follow a strictly chronological sequence, but to open this volume with the Ducal Palace, the surprising result of aggregations, superimpositions, and interweavings of historical periods and styles, which makes it a paradigm of the city.
Following the documentary gaze of the photographic campaign, as neutral and natural as possible, the book has been organized in the form of an album, in the tradition of the earliest photographic publications on architecture, which, as James Fergusson already recognized, became fundamental tools for historical studies.
Marco Introini, in Architettura a Mantova, da Palazzo Ducale alla Cartiera Burgo, Milan 2018