Attraverso la realtà
Il lavoro di Marco Introini ruota intorno all’idea di luogo, muove e ritorna sempre a definire l’idea di spazio costruito, la sua identità, le regole della sua costruzione.
La sua formazione di architetto sicuramente facilita questo lavoro che comunque trae ragioni da una sensibilità attenta alla forma, alle relazioni tra le parti di un unico intero, alla geometria, alla misura.
La fotografia è per lui lo strumento per conoscere la realtà, per studiare il rapporto di identità tra l’architettura, la città e la loro traduzione costruita, un lavoro selettivo, capace di attardarsi in più di uno scatto a studiare le qualità proprie di un luogo, più di uno scatto per capirne le ragioni.
Il suo modo di fotografare mette in luce a prima vista le sue intenzioni, un atteggiamento critico e severo nei confronti di una realtà costruita che spesso non vogliamo riconoscere.
Da una realtà in cui i segni sono diversi, contraddittori, accomunati dalla casualità delle intenzioni più che da un’intenzionalità di progetto, questi sono ordinati nella composizione fotografica in una logica razionale, geometrica, in un’astrazione che ci suggerisce scenari.
Nessuna menzogna nelle foto di Introini, nessuna debolezza culturale, nessuna concessione ad immagini prive delle loro ragioni.
Tutto coerente con il bianco e nero, con il taglio deciso delle immagini, con le inquadrature serrate, alle volte senz’aria (le più emozionanti), tutto coerente con la messa in scena di tutti i segni del luogo, tutto coerente con l’assenza dell’uomo.
Partire dalla realtà dei luoghi ed infine ritornare alla realtà.
Il percorso fotografico utilizza l’espediente analogico per proporre una possibile soluzione, confronti e scontri aprono l’immaginario ad un nuovo progetto che ritrova assonanze più che distorsioni, paesi e città, campagne ed edifici. Da viaggiatore gli scatti sono collezionati, strappati al loro contesto, resi generali attraverso il taglio dell’immagine ed incollati come in una sequenza cinematografica, non a descrivere ma a definire una nuova idea di luogo.
Nelle sue sequenze il film propone una nuova realtà, uno scenario possibile costruito dalle ragioni dei tanti scenari visti, l’Europa e l’Italia, le città e i paesi, il percorso è pronto a ripartire perché il viaggio non termina mai.
Massimo Ferrari in Marco Introini, Paesaggio analogico 2005
Centro Nazionale di Fotografia di Padova 2005
Across Reality
Marco Introini’s work revolves around the idea of place; it moves and always returns to defining the idea of built space, its identity, and the rules of its construction.
His training as an architect certainly facilitates this work, which in any case draws its motives from a keen sensitivity to form, to the relationships between the parts of a single whole, to geometry and measure.
For him, photography is the tool for getting to know reality, for studying the relationship of identity between architecture, the city and their built translation, a selective practice, capable of lingering over more than one shot to study the specific qualities of a place, of taking more than one photograph to understand its reasons.
His way of photographing makes his intentions apparent at first glance: a critical and severe attitude towards a built reality that we often prefer not to acknowledge.
Out of a reality in which signs are diverse, contradictory, brought together more by the randomness of intentions than by any intentionality of design, these signs are ordered in the photographic composition according to a rational, geometric logic, in an abstraction that suggests scenarios to us.
There is no falsehood in Introini’s photos, no cultural weakness, no concession to images lacking their own reasons.
Everything is consistent with the black and white, with the decisive cropping of the images, with the tight framings, at times airless (the most moving), everything consistent with the staging of all the signs of the place, everything consistent with the absence of the human figure.
To start from the reality of places and, in the end, return to reality.
The photographic journey employs the analogical device to propose a possible solution; juxtapositions and clashes open the imagination to a new project that finds correspondences more than distortions—towns and cities, countryside and buildings.
As a traveller, the shots are collected, torn from their context, made general through the framing of the image and pasted together like a film sequence, not in order to describe but to define a new idea of place.
In his sequences, the film proposes a new reality, a possible scenario built from the reasons of the many scenarios seen—Europe and Italy, cities and towns; the journey is ready to begin again because the voyage never ends.
Massimo Ferrari in Marco Introini, Paesaggio analogico 2005
Centro Nazionale di Fotografia di Padova, 2005